Circumnavigarte


Vai ai contenuti

Menu principale:


Vincitori "Lugana"

Concorsi > Sirmione Lugana > 2010 - Prima Edizione

Sirmione Lugana 2010
"Premio Lugana"
racconti a tema "l'uomo e il vino"


1° Classificato
Mazzon Rita (Padova)
racconto "Bolle di frizzanti pensieri..."

2° Classificato
Dal Cero Maria Chiara (Sirmione - Bs)
racconto "E' la storia di Piero.... ma anche...."

3° Classificato
Frenguelli Sandra (Perugia)
racconto "Lo spirito di Camilla"




4° Classificato
Cardaci Giuseppe (Mantova)
racconto "U come uva - V come vino"

5° Classicato
Benedetti Cristina (Manerba del Garda - Bs)
racconto "Siiii.... è proprio lui...!"




“Bolle di frizzanti pensieri” (Mazzon Rita)

Quando lasciavo ogni settimana la mia casa, lo ricordo era sempre di domenica sera. Non avevo il coraggio di chiedere ai miei di restare. Pensavo un pretesto per non partire. Eppure la valigia era già pronta. Mia madre aveva piegato le mie camicie con cura, le maglie, i miei calzini. Tutto odorava di sole, di campi di grano. Tutto aveva il suo profumo.
Caricavo la valigia nell’auto e partivo, lasciandomi un minuto per mettere a posto lo specchietto. Lasciandomi un altro minuto per mettere a fuoco la vista di mia madre. Un grande grembiule scuro ed un grande melanconico sorriso. Lei alzava il braccio in un lento saluto che mi accompagnava fino alla curva, poi spariva.
Mio padre nascosto tra la siepe e la sua vanga sbirciava da lontano la partenza.
Guardava chissà dove un punto all’orizzonte per smussarlo con i suoi pensieri di tutte le difficoltà che suo figlio avrebbe potuto avere. Si raccomandava al cielo senza farsi vedere.
Ogni volta per me era un distacco. Avrei voluto ritornare indietro per lasciarmi circondare dal mio colore preferito che è sempre stato il verde. Verdi le imposte delle case, verdi il campo, la collina. Verdi le vigne che mio padre coltivava.
In un patto muto tra me e la mia terra promettevo che quando sarei stato più in là con gli anni mai avrei abbandonato quella casa.
Un attaccamento che si divincolava dagli agi della vita di città, anzi il venerdì sera era per me una sorte di liberazione. Ogni settimana il mio corpo andava nella città, mentre l’anima rimaneva intrecciata alle vigne che aveva piantato mio padre, alle colline che ondulavano le corse da bambino.
“Respira piano! Vediamo chi arriva primo!”.
Mio padre mi lasciava un po’ di vantaggio. Mi faceva vincere sempre, perché così doveva per lui essere la mia vita.
“Tu devi studiare. Avere un buon lavoro. Diventare importante.”
Questi erano i sogni che i miei avevano posto per me sul mio cuscino.
Ora mi chiedo se era veramente quello che avrei voluto. Ora che non ho più mio padre, mia madre ad indicarmi la strada.
Strana è la vita che ti lancia come una fionda verso un orizzonte che non vedi. Un elastico che si tende fino a rompersi, o a riportarti indietro.
Io ho studiato, ma non sono diventato importante. Ho disfatto la valigia e non sono più partito.
Mi sono seduto sulla sedia impagliata, dove il gatto ronfa per una carezza. Sono diventato un gatto anch’io. Solo nella mia terra ho trovato quello in cui ho sempre creduto.
Comando le vigne.
Sono i miei soldati di fila, sempre all’erta. Esse hanno nella loro scorza nodosa, dura, la dolce linfa. Come la pelle di mio padre cotta al sole hanno la sua perseveranza.
Le vigne sono ancorate ad una reale convinzione: quella di assaporare la vita fino in fondo. Hanno la radice forte conficcata nella terra. Una dolce melanconia le fa ingobbire in tralci che si aggrappano ad un raggio di sole.
Le vigne dai grappoli scuri mi riportano l’umore di mio padre, al suo carattere schivo, di poche parole. Appena però apriva la buccia della sua indole, i suoi pensieri rossi ti avvolgevano di passione.
Come potevo non essere indenne a questa terra fatta di odori e gusti forti! Come potevo non lavare i miei affanni di città in questo denso liquido rosso!
Oggi produco vino. Per un innato compiacimento potrei asserire di produrre amore.
Sono contento quando, alzandomi presto la mattina, ascolto, alle prime luci dell’alba, muovere le zolle.
Sono felice, quando nella cantina buia e scura, la mia cecità viene ripagata da quell’odore aspro che si esprime piano e poi ti avvolge in un’essenza che entra nei polmoni.
Vino è amore. E’ passione. Un gusto di appartenere alla terra, fino ad esserci dentro.
Le carte del mio ufficio non avevano sapore, erano inanimate, piene solo di sgorbi. Qui solo adesso vivo.
Il profumo del bosco emanato dalle botti si amalgama al vino che si scioglie in una lacrima rossa. Dalle bottiglie di vetro scuro il liquido addormentato si risveglia, scoppietta. Bolle di frizzanti pensieri si moltiplicano e fluidificano i sentimenti.
Un’altalena di euforia e nostalgia mi prende. Una ricerca continua di ritrovare la primitiva emozione. Quella vera che penetra e non si arrende. Quella che fa vibrare e lascia nella bocca un sapore di un’intensità mai vissuta.
Non si può trangugiare il vino. Non ha senso ubriacarsi. Chi ama il vino, lo beve piano, intervallando i propri sorsi con l’attesa.
Non si può sprecare un buon vino con una corsa. Si deve andare con calma verso l’apoteosi dei propri sensi.
E’ un gioco di seduzione. Con un gesto pacato, in un movimento lento, roteo il liquido nel calice. Bello è il colore rosso rubino intenso. Annuso la natura che si insinua nelle narici. Ad ogni bollicina percepisco odori diversi, familiari. More selvatiche, fragole dolciastre, torbe, muschi. Sfioro il bicchiere timidamente con le labbra. Devo chiudere gli occhi per assaporarlo dolcemente, per lasciarmi andare. Buono è il gusto caldo, avvolgente, vellutato come una carezza. Catturo l’aroma del vino che evapora dal suo nucleo vitale. Lo faccio diventare mio respiro.
Come un amante, il mio approccio, dapprima timido, ritroso, diventa esplosione di piacere. Si rompono le catene e divento cascata pura di emozione.
Senza freni scende la bocca al palato. Si appoggia qui nel mio petto questa forza che mi rigenera, come se avessi bevuto l’elisir di lunga vita.
La vita vissuta fino in fondo in momenti come questo.
Ho ritrovato il sorriso. Spesso mi pento di aver gettato via i giorni, in cui, senza accorgermi, ho troppo corso.
I miei genitori volevano il meglio e me l’hanno inculcato loro questo amore per la natura, questo desiderio di immergermi in un bicchiere di buon vino.
Il vino è vita, non solo liquido che scende.
Il vino è essenza che scalda e che profuma di gioia la mia esistenza.




"E' la storia di Piero, ma anche di qualsiasi uomo dedito alla campagna e alla cura delle viti" (Dal Cero Maria Chiara)


Era piccola ma rendeva bene. Sopportava il gelido vento che si avventurava tra le sue foglie e i caldi raggi che prosciugavano la terra. Eppure cresceva e dava sempre grappoli in abbondanza, controllata dallo sguardo vigile di quel bambino che insieme a lei diventò grande. Ciò che ricordava era solo questo; immagini sbiadite e lontane di uomini dediti alla cura del vigneto, che lui seguiva, desiderava aiutarli. Portava l'acqua alla sua cara pianta mentre il padre raccomandava di crescerla bene, che sarebbe stata fonte della loro sussistenza in quell'anno e in quelli avvenire. Mosso da questi principi la coltivava, l'innaffiava insieme a tutti gli altri uomini del campo. Adorava questa vita: correre tra i filari era stato sempre il suo passatempo preferito.
E così vedeva la sua vigna svilupparsi, mettere i primi acini acerbi e diventare maturi in estate fino al sopraggiungere della vendemmia, il periodo più bello dell'anno. Di questa aveva dei buoni ricordi: le rozze urla degli uomini che passavano le loro giornate canticchiando con le forbici tra le dita, i profumi della spremitura, il sapore dei grappoli maturi, quel sapore dolciastro che rimaneva sulle dita, le api che fornivano un meraviglioso sfondo a questo ricordo, così lontano, così limpido.
Rammentava anche per pochi istanti, se chiudeva gli occhi in silenzio, quel forte sapore di mosto d'uva preparato dalla mamma per i lavoratori che, stanchi, tornavano dalle fatiche di una giornata trascorsa sotto il sole. Questa prelibatezza veniva cotta sulla calda stufa a legna e poi servita a fine pasto come dolce. Era una leccornia preziosa che solo pochi giorni all'anno poteva essere apprezzata.

E così vennero vissuti momenti che divennero ricordi, mentre il bambino divenne ragazzo. Ora doveva apprendere come schiacciare l'uva, come trattare le piante, come produrre il vino. Osservava gli occhi attenti del padre mentre studiava scrupolosamente le foglie; imparava come comportarsi in quei silenzi che il padre colmava con gesti ed espressioni. Lo seguiva e in momenti di tranquillità non faceva altro che curare il proprio vigneto che di anno in anno copriva una maggiore superficie. Era contento dei suoi progressi e della vita che conduceva; con una vita di fatiche ma di grandi soddisfazioni.

Il ragazzo di allora divenne uomo, concentrato nel suo lavoro, attivo e intraprendente. Il padre ormai affaticato da una vita di intenso lavoro, lo aveva ben istruito. Aveva imparato ad utilizzare i primi rudimentali trattori con una costanza che certo non è comune a tutti gli uomini. Lavorava con una tenacia di rara consuetudine. Intanto il padre lo guardava impegnarsi nel suo lavoro, gioendo tra sé, pur occultando tale sentimento al figlio. Erano anni di fatica quelli dedicati al vino, bisognava venderlo e trovare acquirenti per riuscire a provvedere al futuro. Di certo non mancavano perseveranza e zelo.

Annusò. Solo poi aprì gli occhi. Lucidi. Un profumo intenso, fine, delicato. Il vino. Emozionante quello che vedeva davanti a sé. Un enorme passo avanti era appena stato compiuto. Finalmente era in gradi di gestire da solo i passaggi impegnativi per ottenerlo. Era buonissimo. Le quantità dovevano aumentare sempre più man mano che la richiesta cresceva. Era un infinito piacere trascorrere le ore in cantina tra vecchie botti in legno e i profumi intensi, a lui famigliari.
Il vino era molto apprezzato e questo non faceva che accrescere la sua passione. Così si assunse un altro impegno, importante e necessario. Divenne utile vendere il vino sfuso in trattorie locali, per poi essere servito in brocche di vetro abbinato a semplici piatti di pesce appena pescato. Ne era quasi geloso. Era però semplicemente fiero; fiero del proprio padre, fiero della sua vita, fiero del proprio mestiere.

Giunse l'inverno e con questo la neve. Fuori dalle finestre tanti piccoli fiocchi candidi scendevano silenziosi dal cielo. E il padre rimase lì, accanto alla calda fiamma del focolare mentre guardava le sue viti imbiancare. Rimase lì, silenzioso con il sorriso sulle labbra. Rimase lì, freddo.
Il dolore fu grande, ma ben presto a colmare questo senso di vuoto entrò a far parte della sua vita una donna. Si sposò in un giugno caldo e afoso. Abitarono in quella cascina che da sempre lo aveva ospitato. Concepirono tre figli che appresero il mestiere tramandato di padre in figlio. Lui intanto viveva camminando su quei passi che il padre gli aveva mostrato. E la sua vita continuò vedendo i figli crescere, essere come lui quando era ragazzo.
Negli anni la cantina si ingrandì, così come i poderi e la produzione di vino risultava sempre più abbondante grazie anche all'aiuto dei figli. Molti furono i cambiamenti; il tempo inesorabile scorreva nei suoi occhi.
Il vino non si vendeva più sfuso ora, ma in bottiglia: una buffa bottiglia verde con il collo allungato. La manodopera veniva ridotta all'arrivo di nuove tecniche e macchine da lavoro. Le viti erano coltivate con mezzi più efficienti. In lontananza, guardando l'orizzonte formato dai filari, si vedevano trattori che andavano e venivano. Ma guardando ancora meglio si vedeva un cappello muoversi a fatica. Stanco. Vecchio. Ancora voleva curare la propria terra. I dolori alle gambe, i tremori, i capogiri non erano vincoli per lui, nulla formava ostacoli alla sua intraprendenza. Lo si vedeva camminare tra i filari, fermandosi di volta in volta a controllare gli acini e ad accarezzare le foglie. Poche erano le cose che si trovava in casa; quando vedeva i propri attrezzi in cantina era come rivedere una storia durata settant'anni. Lenti li raggiungeva nell'angolo dello scantinato, li guardava in silenzio. Erano attrezzi arrugginiti e obsoleti ma lui li adorava. Quella mani ruvide ancora erano in grado di utilizzarli, allo stesso modo di quando era giovane. Solo il tempo gli aveva tolto quella forza di andare avanti nel lavoro. Era debole. Così senza arrendersi, ne prese alcuni in spalla e ancora una volta raggiunse le proprie viti dove i figli lavoravano. Si mise accanto a loro. Essi in silenzio continuarono le proprie faccende. Nel cuore di ciascuno di loro ci fu un grande sorriso. Ma il padre stanco e sfinito dovette sedersi a lato su una pietra, accettando la sua condizione. Non gli restava che attendere il giorno successivo.



“Lo spirito di Camilla” (Frenguelli Sandra)

Passando accanto a Camilla seduta sullo sgabello di fronte al bancone del wine bar, i due ragazzi appena entrati nel locale, senza nemmeno preoccuparsi troppo che Camilla sentisse o meno, non riuscirono a trattenere sorrisi ironici e battutine il cui senso era: “in questo posto oltre alle botti di vino ci sono anche quelle di carne, povero sgabello, certo non immaginava di dover sostenere una botte di quel tipo!”.
Camilla seguì con lo sguardo i due ragazzi che continuavano a ridacchiare tra di loro mentre sceglievano il tavolo a cui sedersi. Quello con gli occhiali, alto e slanciato, camminava con un’andatura dinoccolata, l’altro di corporatura piccola aveva capelli rossi tutti impiastricciati di gel. Una volta che li vide accomodati, Camilla prese tra le mani il calice di Sagrantino che stava sorseggiando, si alzò senza tentennamenti, lì raggiunse al tavolo, posò delicatamente il calice e gli si sedette di fronte. Quello con gli occhiali con aria spavalda e canzonatoria disse “qualche problema cicciona?”, mentre l’altro aggiungeva ridendo di sottecchi “…vuoi provare se anche questa sedia è a prova di botte?”. Per poi scoppiare entrambi in una risata rumorosa compiacendosi della battuta.
Camilla con un’aria nient’affatto turbata gli rispose “nessun problema, la sedia regge i miei oltre cento chili, non preoccupatevi. Volevo anzi dirvi che mi sembra molto interessante il vostro parallelo con la botte”. I due ragazzi iniziarono ad essere stupiti, ma non ebbero il tempo di replicare perché Camilla continuò: “Vi faccio una breve panoramica dei modi che potevate scegliere per descrivere il mio peso, probabilmente per nessuno di questi mi sarei seduta qui, poi vi dirò perché quello della botte mi interessa in modo particolare, tanto da farvi onore della mia compagnia”. Camilla si aggiustò i capelli lunghi e castani dietro le orecchie, eresse il busto, assunse un tono teatrale e cominciò: “Modo
Zoologico – non sapevo che una specie di elefante marino avesse le gambe al posto delle pinne; Descrittivo – è un tendone da circo o un dirigibile?; Aggressivo – se avessi per pancia una mongolfiera come quella me la bucherei sulla pubblica piazza; Pratico – avrà già pensato a fornire generi di conforto a chi volesse mettersi in cammino per girarle attorno?; Amichevole – quando si immerge per fare il bagno le ci vuole una piscina olimpionica; Cortese – avrà pensato a convenzionarsi con una gru per rialzarsi quando cade?; Curioso – quei prosciutti li hanno appoggiati sullo sgabello perché appesi avrebbero schiantato il soffitto?; Premuroso – per farsi un abito le ci vuole la stoffa che serve per un paracadute; Ammirativo – oh, quel bignè gigante al posto della faccia, che splendida pubblicità per una pasticceria!; E infine Catastrofico – se dovesse mettersi a dieta andrebbe in crisi la produzione alimentare del pianeta!”.
Camilla depose il tono stentoreo, sorseggio il Sagrantino e riprese fiato. Con i suoi profondi occhi neri fissò alternativamente lo sguardo dritto negli occhi dei due ammutoliti, la cui bocca era semiaperta in un’espressione demenziale. Con la sicurezza di chi domina la scena, Camilla continuò pacatamente: “A tutti questi modi avete aggiunto quello
Enologico: ma paragonarmi ad una botte pone la questione tra il contenitore ed il contenuto. Le nostre dimensioni fanno certo dire che io sia una botte e voi delle esili, affusolate bottiglie: ma per quale vino?”.
I due, storditi ma anche sorpresi, erano ubriachi delle parole di Camilla che sicura e meno che mai irritata riprese: “Ovvio dunque che io contenga vino
grasso, capace di sensazioni di pienezza e fluidità, e voi magro ovvero un vino privo di picchi qualitativi. Per suo aspetto la mia botte custodisce un vino rotondo, pieno e morbido, mentre all’interno del vetro opaco delle vostre bottiglie deve esserci un vino secco ove non sono percepibili sensazioni di dolce. L’espressione ebete che avete da quando siete entrati dice che, rispetto al mio vino brioso, giovane, leggero, fresco, leggermente spumeggiante, il vostro deve essere piatto, privo di qualsiasi carattere. La vostra incapacità di emettere un solo commento al mio dice che il mio vino sia etereo, caratterizzato da eleganza e sottigliezza, ed il vostro acerbo, ovvero non ancora affinato, disarmonico, che deve ancora maturare. Con assoluta certezza so poi che il mio vino è persistente, lascia infatti a lungo i sentori del suo spirito, mentre il vostro è senz’altro corto, non lascia alcuna traccia del suo passaggio. L’occhio da triglia che vi ritrovate parla di un vino filante, ovvero insipido, oleoso e opascente, niente a che vedere con il liquido amaricante che custodisco io, che lascia gradevoli sensazioni dolci e amare. A starvi vicino emanate l’odore di un vino aderizzato sgradevole, molle e sfatto, riuscite almeno a sentire quale effluvio fresco sia sprigionato dal mio vino ricco di profumi di fiori e di sapori di frutta appena colta? Ah, cari quattrocchi e rosso malpelo, mie povere bottiglie colme di un vino passato che ha compiuto il suo ciclo vitale e che sta degenerando senza speranza!”.
Così dicendo Camilla bevve l’ultimo sorso di Sagrantino, quindi si alzò fiera, prese in mano il calice vuoto e afferrandolo dalla parte dello stelo, distese il braccio verso i due malcapitati come se avesse in mano una spada e, qual Cyrano in ampia gonnella, soggiunse: “Tante cose avreste potuto dire anonime bottiglie dalla forma umana, ma voi di spirito, tristissimi individui, non ne possedete un atono, quanto alla cultura non ne avete abbastanza da mettere insieme più di sette lettere, quelle che formano la parola cretini!”.
Ciò detto fece rotolare il calice sul tavolo, con un tocco deciso al mento di entrambi sollecitò la chiusura di quelle bocche aperte, si girò bruscamente e li lasciò lì a smaltire l’ubriacatura.





“U come uva – V come vino” (Cardaci Giuseppe)

Così mi aveva insegnato la maestra delle elementari.
Erano i primi anni del dopoguerra, l’Italia era uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale e le nostre tavole – come del resto le nostre vite – erano sobrie. I lussi molto rari. Nelle famiglie, generalmente, durante i pasti il vino non lo si beveva, tranne che nelle grandi occasioni, mentre veniva consumato allegramente nelle tante osterie della città. In quell’epoca io ero un bambino di soli sei anni a cui il vino non era permesso, se non una modestissima quantità in rare occasioni. Avevo quindi poche conoscenze in materia.
Un inatteso viaggio in Sicilia, mi ha spalancato l’affascinante mondo rurale nel suo aspetto più di…vino. Era settembre e la terra siciliana piena di colori caldi e dorati si preparava alla vendemmia. Grazie ad un invito di “zu’ Jachinu”, cognato di papà, ho potuto partecipare a questo rito. Non mi pareva vero! Non chiusi occhio per tutta la notte. Era ancora buio, quando i miei genitori mi accompagnarono all’abbeveratoio pubblico, che si trovava all’inizio del paese, in una terra arsa e con scarsità d’acqua l’abbeveratoio era una necessità primaria per tutti gli animali che transitavano. Da questo luogo particolare, si partiva per la campagna. Fioche lampadine diffondevano la loro luce gialla nella via, che nel frattempo si affollava di altri contadini, anch’essi impegnati nella raccolta dell’uva nelle loro campagne lontane dal centro. Il ferro dei cerchi delle ruote dei carri strideva sulle lisce pietre di lava dell’Etna che lastricavano la via principale. Mancavano ancora un paio d’ore all’alba, ma tutta Motta S. Anastasia era già sveglia. Le donne e i bambini salivano sui carri. Gli uomini a piedi conducevano i cavalli seguendo i muli che venivano cavalcati dagli anziani del clan. Ebbi l’onore di condurre il gruppo a dorso della mula del capo. Le lanterne a petrolio, poste sotto il piano dei carri, oscillavano ed emanavano il caratteristico odore penetrante di fumo misto a quello dello stoppino bruciato. Dopo aver abbeverato la sua mula, “zu’ Jachinu” emise un grido, forse un comando e finalmente la carovana s’avviò lentamente. L’aria settembrina era fredda ed il calore dell’animale mi riscaldava le mani che si appoggiavano alla groppa. Dopo circa due ore di cammino, tra polverose strade dissestate e viottoli pietrosi, arrivammo alla masseria. Eravamo in tanti, tutti imparentati e pronti ad aiutarci reciprocamente. Anche le donne, davano una mano agli uomini nella fatica della vendemmia. Gli anziani, dispensavano, da parte loro saggi consigli, a volte non richiesti. L’inseparabile coppola di colore diverso, permetteva di distinguerli e questo facilitava l’approccio in caso di necessità. Albeggiava e il sole con i suoi primi tiepidi raggi ci riscaldava. Le donne, appena scese dai carri, improvvisarono una frugale prima colazione, composta da fette di “vastedde” (forme di pane) con olive verdi schiacciate e “cunzate” (condite). C’era anche qualche pezzo di formaggio di pecora morbido con ancora il sapore del latte. Chi voleva, poteva mangiare anche un pomodoro scondito oppure qualche pera o fico d’India. Il vino era bandito, mentre l’acqua a volontà, la si poteva bere direttamente al “bummulu” (contenitore di liquidi) . Il sole aveva già intiepidito l’aria e noi, dopo la sana ed abbondante colazione, eravamo pronti per la vendemmia. Tutti raccoglievano grossi grappoli d’uva nera, maturati al punto giusto nella torrida estate siciliana. Lo zio Gioacchino dava ordini precisi che tutti eseguivano puntualmente. Poi mi volle vicino spiegandomi le astuzie del mestiere che apprendevo facilmente con sua grande soddisfazione. «Vedi, devi tenere il grappolo con una mano mentre con l’altra tagli con “u cutieddu” il tralcio ». Le donne, dopo aver accuratamente riposto il cibo rimasto, iniziarono anche loro la raccolta dell’uva insieme agli uomini e a noi bambini. Il sole era già alto ed il lavoro procedeva a gonfie vele con gran soddisfazione degli anziani che già pregustavano il sapore del vino novello. Le donne, incominciarono ad intonare antichi canti popolari. Non capivo bene tutte le parole. Ormai il mio dialetto siculo, si era perso nelle nebbie padane. Apprezzavo però le melodie che, come antiche nenie, si rincorrevano nelle vallecole argillose. Questi armoniosi cori, ben disponevano gli animi al faticoso lavoro. Intanto i cesti si riempivano in fretta come pure i carretti. La sosta del pranzo fu breve; il menù ripresentava quello del mattino con l’aggiunta di qualche acciuga, fette di mortadella e la gustosa frittata della nonna Angelina. Per noi bambini, c’erano anche le carrube (ricche di zuccheri) o qualche pezzo di mostarda siciliana. Finalmente prima di sera la raccolta dell’uva finì e con i carretti stracolmi, andammo al palmento per la pigiatura. Il gruppo si divise: le donne e i bambini a dorso di mulo tornarono nelle loro case. Gli uomini invece dovevano, dopo aver depositato l’uva nel palmento, ricoverare gli animali nella stalla e preparare il giaciglio per la notte.
Ero felice di aver potuto dare un modesto contributo al mio “clan”, in quell’antica operazione che dalla notte dei tempi puntualmente si tramanda e rinnova. La mia breve vacanza finì e purtroppo non ho condiviso il rito del vino nuovo con i parenti. “Zu’ Jachinu” però mi spedì generosamente un piccolo pacco natalizio che conteneva due litri del suo, anzi, nostro vino.






“Siii, è proprio lui…..” (Benedetti Cristina)

Sii, è proprio lui…. Scende dalla sua automobile con un fare sicuro di sé, bell’aspetto e sguardo da ragazzo che sta crescendo.
Astrid scende anche lei della sua piccola utiltaria con aria sbarazzina e insicura, si stringono la mano e si presentano: Nicola ed Astrid si erano conosciuti qualche giorno prima via chat: questo era il loro primo incontro.
Salgono in auto e si dirigono in un piccolo bar di paese, chiacchierano, si osservano, gli occhi blu grigi di lui incrociano i marroni di lei, davanti ad un caldo caffè.
La temperatura esterna è rigida, ma i battiti accelerati dei loro giovani ed inesperti cuori confermano che una piccola intesa è nata.
Al termine dell’appuntamento, dopo un roseo bacio sulla guancia, Nicola e Astrid decidono di risentirsi.
I giorni trascorrono, sul cellulare della ragazza c’è un continuo susseguirsi di passaggi dal menù principale a quello dei messaggi, alla fine manda un sms a Nicola: le sera stessa si rivedono.
Il secondo incontro avviene in un delizioso locale in riva al lago, tra un Bellini e un Florida, i loro sguardi si mescolano in una magia romantica che accompagna il loro primo bacio.
Una piccola vigna stava mettendo le radici, la loro intesa e attrazione si stava progressivamente plasmando in un sentimento affettuoso.
Astrid vive alla giornata questa novella conoscenza, fino ad ora aveva incontrato parecchi ragazzi, me nessuno era al suo livello di sensibilità, e nessuno era stato così dolce con lei.
Lei, durante il suo lavoro in una società specializzata in organizzazione di eventi, sorride al suo computer, non è pazza, ma perché la sua mente ogni tanto inizia a vagare e ripensa a lui, alle loro serate trascorse insieme.
Nicola, piccolo imprenditore, ragazzo intelligente, riservato e di poche parole, si sorprende di essere così a suo agio con la sua Astrid, di discutere di tutto in sua compagnia e di essere al settimo cielo quando la vede.
A differenza della giovane fanciulla, lui a metà pomeriggio, nella pausa caffè la chiama per sapere come sta andando la giornata; sono sufficienti due minuti di telefono per cancellare dalla mente lo stress della giornata lavorativa.
Dopo pochi mesi si mettono insieme, e lavoro permettendo trascorrono il primo fine settimana in Toscana.
Dalla loro vigna amorosa si intravedono i teneri germogli.
In Toscana visitano alcune città d’arte e dei piccoli borghi medievali, dove angoli vecchi di secoli sono spettatori di baci appassionati e di abbracci fiabeschi.
L’atmosfera da favola che si respira in quel week-end mostra ai due giovani che la loro vigna probabilmente dopo i fiori produrrà dei piccoli chicchi d’uva.
L’estate trascorre meravigliosamente, a settembre Nicola compie 33 anni e la sua ragazza gli organizza una cena a lume di candela in un raffinato ristorante, il regalo è molto apprezzato, ma il dopocena nell’appartamento di lei è ancora più tenero e caramellato.
Sotto una calda coperta lui le sussurra che è veramente felice, anche lei è molto felice, si vogliono bene, un bene sincero senza secondi fini.
Il loro grappolo d’uva si stava maturando, pronto per essere raccolto per generare un vino profumato, corposo, pieno di sentori come il loro amore.







Home Page | Chi siamo | L'Associazione | Concorsi | Galleria degli Artisti | Eventi e novità | Terre di Lugana | Dove soggiornare | Arte e storia | Associazioni | Ambiente e natura | La stampa su di noi | Notizie | Download | Contatti | Scrivici | Statistiche sito | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu