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Prospettive sul Risorgimento

Concorsi > I 150 dell'Italia visti dai bambibni > Le scuole medie

La 3 A
Scuola Secondaria di Primo Grado
"Trebeschi-Catullo"

presenta


PROSPETTIVE SUL RISORGIMENTO


… per approfondire una “tessera” del puzzle Italia nel 150° della sua Unità

Quest’anno abbiamo studiato l’unificazione italiana.

Ci ha colpito molto ciò che abbiamo sentito in una lezione di approfondimento, tenuta dalla professoressa Fadabini, sulla battaglia di San Martino e Solferino e, soprattutto, la visita alla Torre, al Museo e all’Ossario di San Martino.

Abbiamo deciso perciò di esaminare l’argomento da punti di vista un po’ insoliti, lavorando, ad esempio, sulle vie in cui abitiamo, che portano un nome riferito all’epoca risorgimentale.

Ci siamo quindi messi nei panni dei Grandi che hanno contribuito all’unificazione italiana, come, ad esempio, il coraggioso Garibaldi, che guidò i 1070 volontari alla conquista del paese, o Giuseppe Mazzini, che fondò
La Giovine Italia e La Giovine Europa, o ancora Vittorio Emanuele II, il primo re d’Italia …

E non solo! Abbiamo immaginato, come in un gioco, di assumere l’identità di una data storica, o di un luogo…

Abbiamo provato a metterci nei panni di ragazzi come noi che, nel lontano 1859, hanno sacrificato la loro vita per dar vita all’Italia unita.

Pensiamo che il nostro lavoro serva a rendere noi ragazzi consapevoli che qui, vicino a Sirmione, si è fatta la storia e che ogni Paese, con i nomi delle sue vie e delle sue piazze può diventare un libro aperto per chi lo sa leggere.


Tommaso BANALI, Anna MELIS, Maria Cleofe UBEZIO, 3A





VIA CARLO CATTANEO


Sono nato a Milano il 15 giugno 1801.
Ho seguito da vicino i primi passi del nuovo Regno d’Italia.e i Miei siamo insorti, dando inizio alle storiche Cinque Giornate di Milano.
Ho rifiutato, però, l'intervento piemontese! Insomma … il
Piemonte era sicuramente meno sviluppato della Lombardia, credetemi! E lontano dall'essere democratico!
Io, d’altra parte, sono stato sempre un fervente repubblicano, fautore di una repubblica federale per l’Italia, composta dai vari Stati, sull’esempio della Svizzera.
Una volta eletto, ho rinunciato persino ad entrare nel d’Italia e mi sono rifiutato anche di recarmi all’Assemblea Legislativa per non giurare fedeltà ai , questo mai!
Dal
1849 ho preferito ritirarmi in Svizzera, dove mi trovo oggi: il 6 febbraio 1869 e sono contento di morire . . .


Daniel DAL CERO, 3A







VIA GIUSEPPE MAZZINI


Sono Giuseppe Mazzini, nato a Genova il 22 giugno del 1805.
Sono stato patriota, politico e filosofo.
In gioventù ho aderito alla Carboneria, che poi ho lasciato per fondare una nuova società,
La Giovine Italia, il cui motto era “Dio e il Popolo” e che aveva come obiettivi l’unità del Paese, la repubblica e la democrazia.

Nel 1834 ho fondato anche La Giovine Europa, con l’intento di unire tutti i popoli che lottavano per la loro indipendenza.

Greta PEDROTTI, 3A






VIA VITTORIO EMANUELE II


Mi presento, il mio nome è Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso di Savoia, passato alla storia come Vittorio Emanuele II.
Sono nato a Torino nel 1820 e sono morto nel 1878.
Sono stato l’ultimo re di Sardegna e il primo d’ Italia.
Ho portato a compimento l’unificazione italiana e ho conosciuto grandi uomini come Giuseppe Garibaldi e Camillo Benso conte di Cavour. A me è stata dedicata la torre di S. Martino che purtroppo non ho visto.

Maria Ceofe UBEZIO, 3A







VIA ENRICO CIALDINI


Sono ENRICO CIALDINI, un generale dell’esercito Italiano.
Sono stato comandante dell’ASSEDIO DI GAETA, per il quale ho meritato il titolo di DUCA DI GAETA.
Ho partecipato alla guerra di Crimea.
Nella Terza Guerra d’Indipendenza ho comandato una delle due armate Italiane, quella schierata a sud del Po.
Visto che il generale LA MARMORA era stato sconfitto a Custoza, a me è stato affidato il grosso dell’esercito e ho guidato l’avanzata Italiana dal Po ad Udine.
Nella maturità mi sono dedicato alla vita politica: sono stato nominato SENATORE da VITTORIO EMANUELE II, poi AMBASCIATORE SPECIALE in Spagna e in Francia.




Nicola DANIELI, 3A







VIA XX SETTEMBRE


Sono una giornata memorabile per l’Unità d’Italia.
I bersaglieri insieme agli artiglieri e ai fanti hanno aspettato per tre giorni fuori dalle mura la Dichiarazione di Resa dello Stato Pontificio, perché anche Roma deve essere italiana.
La vittoria dei Tedeschi a Sedan nella guerra franco-prussiana ha fatto crollare l’impero di Napoleone III, difensore del Papa, ed è per questo che i bersaglieri ora sono qui, pronti ad intervenire.
Proprio questa mattina, 20 settembre 1870, il generale Raffaele Cadorna, ha ordinato di abbattere una parte di muro vicino a Porta Pia.
Gli artiglieri ci hanno messo cinque ore per abbatterlo a cannonate, sgretolandolo per circa 30 metri.
Finalmente ora i bersaglieri possono entrare in Roma e conquistarla.


Iacopo BETTTINAZZI, 3A






VIA VENETO


Sono una delle regioni italiane che prima del 1866 faceva parte dell’Impero d’Austria.
Grazie alla Terza Guerra d’Indipendenza, combattuta dall’Italia, alleata con la Prussia, entrai a far parte anch’io del Regno d’Italia.


Anna BERGAMINI, 3A






VIA SAN MARTINO DELLA BATTAGLIA

Io sono San Martino e ricordo quel terribile giorno del 24 giugno 1859, con il quale terminarono le attività belliche della Seconda Guerra d’Indipendenza.
Vidi l’esercito Piemontese scontrarsi brutalmente contro il contingente austriaco, tra i vigneti fino a quel momento rigogliosi e ridenti.
La carneficina cessò soltanto a sera, grazie a un forte temporale.
Lo scontro che vidi fu così cruento che l’esercito vincitore non ebbe la forza di inseguire quello sconfitto che si stava ritirando. Il giorno dopo i miei campi erano disseminati di migliaia di corpi austriaci e piemontesi, resi uguali nella morte.
Una torre alta 74 metri, eretta nel 1893, resta a testimoniare col suo faro tricolore le vicende del Risorgimento italiano.

Giovanni GIRARDELLO, 3A







VIA SOLFERINO


Quel 24 giugno 1859 l’aria era pesante…

Intravedevo da una parte un esercito vestito di nero, gli Austriaci; dall’altra un esercito vestito di azzurro, i Francesi.Essi guadagnavano sempre più terreno e quando si trovarono, inavvertitamente, l’uno di fronte all’altro fu inevitabile combattere.
Sentii i passi di migliaia e migliaia di soldati che su di me correvano, che sui miei fertili campi lottavano, che cercavano di sopravvivere asserragliati tra le mura del castello.Passarono ore e ore; il cielo si faceva sempre più scuro per il fumo dei cannoni e per il temporale imminente.Le prime gocce mi accarezzarono, poi mi bagnarono sempre di più, ero fradicia, come tutti i soldati che stavano ancora combattendo sul mio terreno.Alla fine l’esercito austriaco, stremato, si ritirò.
La battaglia era terminata. mia felicità venne subito oscurata da un brivido quando mi accorsi che ero ricoperta da centinaia di corpi: Francesi, Austriaci, zuavi; giovani e anziani, morti o feriti che ansimando e urlando chiedevano aiuto. Tutto ciò per la Patria.
Avrei voluto aiutarli, ma anch’ io ero ferita: avevo ricevuto cannonate, fucilate, ero impregnata di sangue, del sangue di tutti loro …
Era questo il prezzo da pagare per diventare parte del futuro Regno d’Italia.Ed ora sono qui, in questo 4 novembre 2011, a commemorare tutti coloro che, dall’una e dall’altra parte, si sacrificarono per i loro ideali.


Anna MAIR e Leonie SCHOLZ 3A




IL PUNTO DI VISTA


“Sono un testimone oculare
della Seconda Guerra d’Indipendenza:
racconto


Racconto
di Tommaso Banali, 3 A

Il mio nome è Andrea, ho 17 anni, mi sono arruolato nell’esercito piemontese una settimana fa.
Da quel giorno non faccio altro che marciare e addestrarmi con il fucile, non ce la faccio più! Questa divisa è pesantissima.
Oggi è il 24 Giugno 1859. Non ho mangiato niente da ieri sera, ho solo bevuto un po’ di caffè. Comunque stringo i denti e vado avanti, non voglio arrendermi. Mi sono promesso e ripromesso di donare la mia vita per unificare l’Italia, divisa fra Granducato di Toscana, Austriaci, Stato della Chiesa, Borboni, Regno del Piemonte.
Arriva il generale. Ci fa radunare su una collina e ci dice di rimanere sull’attenti. Sento alcuni soldati parlare degli Austriaci, ma non riesco a capire ciò che dicono. Ad un certo punto vedo arrivare da lontano l’esercito. Non capisco quello che succede, chiedo in giro ma nessuno mi risponde, le mani mi cominciano a tremare, il cuore batte all’impazzata e mi fischiano le orecchie.
Sento il generale dare ordini, ma non riesco a capire, sono troppo agitato. Vedo soldati caricare fucili. Le persone mi parlano, ma non capisco; altri mi spingono per passare. Cado. Vorrei rimanere lì seduto, ma a un certo punto un soldato più anziano mi aiuta:
“Alzati, svelto! Stiamo per attaccare gli Austriaci!”
Guardo il generale. Esso sguaina la spada e ci dice:
“All’attacco!”
A quella frase attacchiamo. Sento i miei compagni urlare, incitati alla battaglia. Poi arrivano i colpi dei cannoni austriaci. Vedo soldati saltare in aria, urlare dal dolore… Uno spettacolo orrendo!
L’unica cosa che faccio è correre, correre più che posso. Tra la polvere vedo gli eserciti che si scontrano. Sento i proiettili dei fucili fischiare vicino alle mie orecchie, le urla dei soldati feriti. Inciampo tra i morti. Ho paura.
Non riesco più a muovermi, non faccio altro che star lì, immobile a guardare la battaglia, finché… vengo ferito.
La pallottola mi entra nello stomaco. Mi guardo e vedo una ferita molto profonda. Subito dopo le gambe cedono lasciandomi a terra sdraiato. Il dolore è fortissimo, tanto da farmi piangere. Il mio cuore comincia a rallentare il battito, i miei occhi si aprono e poi si chiudono lentamente. La battaglia sembra rallentata. Rimango lì, fermo a soffrire, finché faccio un ultimo respiro profondo, chiudo gli occhi e … perdo i sensi.



Racconto
di Daniel Dal Cero, 3 A

Con calma aprii gli occhi. I raggi del sole entrarono nella stanza. Anche quella sarebbe stata una bella giornata calda, proprio come piaceva a me. Scesi dal letto, aprii la porta grattandomi la testa. Il corridoio era vuoto. Nella camera di Giacomo, mio fratello, nessuno; in quella di Linda, mia sorella, nessuno. Nessuno nemmeno nella camera dei miei genitori. Strano! Molto strano! Mi avviai per le scale e mi appoggiai al corrimano, ancora intontito. Sentii delle voci provenire dalla cucina: mio fratello e mio padre litigavano, mia madre, piangeva. Come? Non accadeva mai! D’un tratto uno sparo, dalla cucina silenzio; poi la porta si spalancò. Giacomo uscì agitato e disse:
<<Sono arrivati! Lo immaginavo, stanno arrivando! Padre, lasciatemi andare con loro!>>.
Padre e figlio uscirono con le armi in mano.
Mia sorella mi vide e mi disse:
<< Pietro! Vieni con me, scappiamo! Sono arrivati i soldati!>>.
La mamma ci seguì. Iniziarono a sparare, sempre più forte.
Voltai la testa e scorsi sulla collina degli uomini vestiti di blu, il mio colore preferito! Come un fulmine mi entrò nella testa il pensiero del mio cavallo! Cosa sarebbe potuto succedergli? Avevo giurato a mio padre che lo avrei protetto a qualunque costo. Mi scrollai dalle spalle la mano di mia sorella e corsi disperatamente nella stalla. Mi chiusi dentro con il mio bellissimo cavallo bianco. Nel buio qualcosa si mosse, accanto a me. Cacciai un urlo. Qualcosa, anzi, qualcuno mi strinse la mano:
<< Calma, non preoccuparti, piccolino!>>. Era italiano, ma aveva uno strano accento.
<<Vieni, siediti accanto a me!>>.
Mi sedetti senza accorgermene sopra il fucile e mi graffiai.
<< Quanti anni hai?>> chiese.
<< Sei!>> risposi orgoglioso.
Osservandolo attentamente, vidi che anche lui era vestito di blu, come gli altri.
<<Sei abbastanza grande, ascolta: quando finirà questa battaglia, promettilo, devi uscire e appendere… >> dallo zaino tirò fuori una specie di tovaglia verde, bianca e rossa << …questa bandiera, ci siamo intesi?>>. Si sentì il suono di una tromba.
<<Devo andare, il mio destino mi aspetta!>>.
Quel soldato aveva circa una ventina d’anni, come Giacomo; uscì, ma non lo rividi mai più.
Per ore ed ore aspettai tappandomi le orecchie con le dita.
Verso sera sentii una forte pioggia, interrotta da tuoni e poi… nient’altro.
Con paura aprii la porta, corsi verso il cancello.
<<Oh, mio Dio! >>, esclamai. Tutto era morte intorno a me, nei campi. Quanti soldati, quanto sangue! Sui terreni di mio padre, tra le sue verdi vigne, ora giacevano, Così in tanti, i frutti della guerra. Come dalla vite si generano l’uva e il vino, così dal potere nascono solo odio e morte.
Iniziai a piangere e ad urlare! Orrendo, schifoso e assolutamente macabro!
A un tratto una forma familiare fra tante altre forme anonime: <<Giacomo? Dormi? >> Mi avvicinai. No, non dormiva. Era morto, come gli altri, per qualcosa che un bambino di sei anni non può capire…
La bandiera? La bruciai, ma non è servito per dimenticare…





Racconto
di Nicola Danieli, 3 A

Sono Nicola Danieli, soldato semplice del quarto reggimento dell’esercito piemontese.
Quel giorno, con solo un cappuccino nello stomaco, avanzavamo dal Piemonte; avevo idee chiare nella testa: la primissima era che se morivo sul campo di battaglia l’avevo fatto per la Patria; la seconda che ero fiero di indossare la divisa. Pur essendo pesante, in quel caldo 24 giugno, mi faceva sentire un guerriero antico, uno che non si arrende mai, uno che lotta con la forza di tre persone.
Passavano le ore, continuavamo a camminare, senza bere né mangiare, non sapendo che avremmo incontrato il nemico.
Ad un certo punto ci accorgemmo che avevamo l’esercito austriaco a poco distanza.
A un tratto tutti eravamo con il fucile in mano, pronti per sparare.
Si sentirono i primi colpi di cannone: la battaglia era ufficialmente iniziata!
Una parola continuava a rimbombarmi nella testa: “VINCERE”, intervallata dal pensiero dei miei cari. Pensavo a loro che speravano di rivedermi vivo ed io avrei fatto di tutto per accontentarli.
Vidi un Austriaco: senza pensarci un attimo sparai, lui si accasciò per terra.
Sentii i miei compagni che si complimentavano con me: le loro parole mi dettero una carica fortissima.
Altri soldati austriaci si avvicinarono. Grazie al lavoro di gruppo riuscimmo a sopraffarli.
Arrivati sulla collina, non potei credere ai miei occhi: gli Austriaci erano il doppio di noi!
Una cannonata arrivò dalla nostra parte, procurando gravi perdite e ferendo molti soldati.
Le cannonate continuavano ad alternarsi; eravamo rimasti pochi, ma determinati.
Io mi nascosi in un punto da dove potevo vedere gli altri senza essere visto. Miravo e sparavo, senza pensare. Uno riuscì a scoprirmi, ma io, essendo molto abile con la baionetta, riuscii ad infilzarlo.
La battaglia era lunga e difficile; passavano le ore ed io vedevo dal mio nascondiglio scene atroci.
Ad un certo punto, era ormai tardo pomeriggio, iniziò un forte temporale.
Io avevo un amico fraterno nell’esercito; non vedendolo, fra i pochi rimasti, chiesi al generale se potevo andare a cercarlo.
“Permesso negato”, disse.
Andai lo stesso. Lo trovai, ferito, a terra e mi sentii dire:
”Sapevo che saresti tornato! TI VOGLIO BENE, amico!”
Cercai di aiutarlo, ma ad un certo punto un colpo di fucile ferì anche me, fortunatamente in modo non grave, al braccio.
Tornai alla base sanguinando. Il generale mi chiese perché ero andato a cercare un soldato ormai morto, disubbidendo a un suo ordine. Io gli risposi che l'amicizia va oltre, non puoi mai lasciare un amico, anzi sei disposto a sacrificarti pur di rivederlo per l'ultima volta!!
Tornai a casa. I miei genitori furono contenti di rivedermi e di riabbracciarmi.
Io ero felice perché sapevo che anche grazie al mio contributo in battaglia AVEVAMO CONQUISTATO LA LOMBARDIA!!


Racconto
di Roberta Guerra, 3 A

La pioggia picchiettava sul vetro della mia camera.
Avevo paura, avevo freddo, eppure guardavo quell’acqua che lavava via il dolore e la disperazione di quel terribile 24 giugno 1859.
Mio padre e mio fratello maggiore erano andati a combattere lasciandomi sola con le mie fantasie che, spesso, i grandi reputavano da bambini, anche se avevo già quattordici anni.
La giornata era stata afosa, quasi insopportabile, come talvolta capita anche agli inizi dell’estate. Spari, rombi di cannone, urla di persone innocenti che venivano uccise nei modi più brutali: era questo ciò che mi aveva accompagnato per tutto quell’interminabile pomeriggio. Era come essere caduti nel peggiore girone infernale ed io avevo dovuto sopportare, senza poter intervenire.
“Ma perché si doveva combattere? Perché non si potevano risolvere le questioni con il dialogo, pacificamente?” continuavo a ripetermi.
Basta, ora il rombo dell’artiglieria era cessato, dovevo reagire. Così, presi il cappotto di mio fratello e, usandolo a mo’ di ombrello, mi unii a quelle donne che stavano uscendo dalle loro cascine per soccorrere i feriti. E credetemi, da vicino, il campo di battaglia era una visione orribile: sangue, morti e nient’altro. Alberi e vigneti erano stati quasi tutti distrutti, abbattuti dai colpi di cannone, mentre l’erba s’era tinta di un colore rosso cremisi.
Guardandomi attorno vidi mio padre infilzato da una baionetta: mi avvicinai sperando inutilmente che fosse ancora vivo, ma le sue mani erano ghiacciate e il suo sguardo era vitreo.
Calde lacrime cominciarono a scorrere sul mio volto, facendomi gonfiare e arrossare gli occhi.
Proprio in quel momento, vidi un soldato austriaco con ferite profonde. Se mi fosse capitato di vederlo solo il giorno prima, l’avrei lasciato agonizzante, forse felice della sia morte. Invece ora ebbi pietà di quell’uomo, anche se era un nemico. Strappai un lembo della mia lunga veste, usandolo come fasciatura. Poi tentai di trascinarlo fuori da quel pantano, ma le mie gracili braccia non riuscivano a sollevarlo.
Ecco che a soccorrerlo venne una donna piuttosto muscolosa e, grazie a lei, riuscimmo a portarlo fuori dal fango.
<< Lascia stare, qua ci penso io! Tu vai ad aiutare quel ragazzo laggiù, ha delle ferite meno gravi.>>
Mi rimisi sulle spalle il cappotto infradiciato e pesante, camminando fino al corpo che mi era stato indicato. Avanzare era molto faticoso, perché affondavo nel pantano fino al ginocchio, però, appena giunta a destinazione, ebbi una grande sorpresa.
<< Max, allora sei vivo!>> esclamai.
Max era mio fratello, il maggiore, quello a cui mi sentivo più legata, perché era l’unico della famiglia che non mi scherniva quando mi vedeva utilizzare il tempo per inventare fiabe, invece di imparare a cucire. Ero spesso in un mondo tutto mio, nettamente migliore della realtà.
Mentre lo aiutavo ad alzarsi, Max mi guardò sorridendo.
<< Sofia, ho visto sangue, tanto sangue... troppo sangue! Tu sei stata l’unica luce di questa lunga e insopportabile giornata>>





Racconto
di Maria Cleofe Ubezio, 3 A

Ecco, abbiamo percorso chilometri e chilometri, attraversato paesi e campagne, ora ci attende la prossima tappa, San Martino. Credo che qui ci sarà lo scontro decisivo.
Sono Andrea, un semplice soldato piemontese e adesso sto marciando con uno zaino di venti chili sulle spalle. L’afa è pazzesca e marciare con l’uniforme addosso è impossibile. Presto, però, saremo arrivati.
Eccoci a San Martino: ci accolgono verdi campi rigogliosi. Possiamo finalmente riposarci.
Questo momento di silenzio diventa, però, inquietante. Confesso, ho paura, ma sono qui per contribuire ad un domani migliore. Mi sono arruolato per realizzare il sogno di tanti patrioti: avere un’Italia Unita e Indipendente!
Improvvisamente odo uno sparo: sarà il nemico? Pochi istanti dopo mi accorgo che la battaglia è iniziata. I proiettili saettano da un fronte all’altro, i cannoni sparano assiduamente. Che brutta cosa è la guerra! Credo che l’inferno sia questo. Bisogna però abituarsi, sparare, lottare fino allo stremo delle forze!
Ad un tratto vedo una camicia bianca in mezzo ai cespugli. Subito imbraccio il fucile e sparo, sparo verso il nemico austriaco, ma al contempo piango, piango perché lui è un uomo, forse ha una famiglia, è come me. La ferita che gli ho provocato alla testa è pazzesca; urla e si contorce.
Fingendo di non curarmene, carico il fucile e mi impegno, faccio fuoco e cerco di evitare le offese provenienti dal fronte nemico.
Ad un certo punto mollo tutto; vedo un Austriaco che fugge; subito chiamo cinque commilitoni: forse ci condurrà da altri nemici. È un’imboscata: dei miei compagni non è rimasto nessuno. Vedo i loro volti, pochi attimi fa ridenti di ambizioni e speranze per il futuro, ora sfigurati dalla guerra. C’è sangue, sangue ovunque! Corpi bucati dagli spari, braccia e teste mozzate.
Io, quindicenne, assisto a questa scena cruenta, piango; ho ucciso venti persone. Sto urlando come se fossi ferito, sento un dolore straziante, ma un fuoco arde dentro di me: è il fuoco della libertà, dell’amore per la Patria, per l’Italia. Combatto valorosamente, sparo, sventro, sono irrequieto.
Ormai è pomeriggio e la guerra continua; l’afa è diventata più intensa ed ogni volta che cammino, appesantito come sono, rischio di cadere. Quanti cadaveri disseminati sul terreno!
Questa guerra è atroce, fa dimenticare per cosa si sta incessantemente combattendo. Con gli spari nelle orecchie e le urla disperate di chi cerca di attaccarsi ad un ultimo spiraglio di vita prima di precipitare nel baratro della morte, credo che non valga più la pena combattere. Sono sfiduciato, ma devo portare a termine il sogno del mio defunto nonno e dei miei genitori.
Sono le cinque del pomeriggio, i due fronti sono stremati.
Spira un leggero vento… c’è un po’ di quiete, forse ne uscirò vivo… sì! Ce la farò, uscirò incolume, vedrò e vivrò in un’Italia Unita! Sposerò la mia amata e vivremo felici!
Improvvisamente avverto uno strano caldo alla testa, sento la temperatura del mio corpo aumentare e vedo la mia uniforme macchiata di rosso. Non ho più forze, cado e mi accascio a terra.
Inizia un forte temporale e con la pioggia si spegne anche il mio fuoco di libertà. Sono stanco della guerra, ma una notte non basta, il mio riposo sarà eterno.
Il mio corpo giace nel fango e coloro che passano sulla terra che racchiude le mie ossa provano una sensazione di disgusto pari a quella che ho provato io in battaglia nel calpestare cadaveri di altri soldati.
Ma nel tempo il mio sogno si è realizzato. Il mio sacrificio non è stato vano: ora l’Italia è unita!















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